Nyt, Trump ereditò 413 milioni eludendo il fisco. Casa Bianca: “Attacco fuorviante”

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Inchiesta del quotidiano Usa. Il grande dilemma è: perché l’Internal Revenue Service, l’agenzia federale antifrode, non lo ha inchiodato?

NEW YORK – Ora si capisce perché in campagna elettorale Donald Trumprifiutò ostinatamente di divulgare le sue dichiarazioni dei redditi, calpestando una tradizione americana che tutti rispettavano dai tempi di Richard Nixon. Una monumentale inchiesta del New York Times ricostruisce il passato fiscale del tycoon immobiliare, distruggendo il mito del self-made man e rivelando una miriade di comportamenti illeciti. Una vita da evasore, praticamente.

Il reportage è impressionante nella ricchezza dei dettagli; la flebile smentita di un avvocato di Trump non convince. Semmai l’interrogativo che il giornale non risolve è un altro: perché il fisco americano, malgrado la sua fama d’intransigenza, sia stato così poco efficace nel perseguire il grande evasore prima ancora che si lanciasse in politica (e anche dopo).

Il primo mito che viene demolito dall’inchiesta del New York Times è quello sul talento dell’imprenditore che si sarebbe “fatto da solo”, una leggenda che Trump ha costruito su se stesso, e che ha contribuito al successo del suo talent-show televisivo The Apprentice. In realtà all’origine della sua fortuna c’è la mega-eredità ricevuta dal padre, anche lui palazzinaro, Fred C. Trump.

È proprio da quell’eredità che parte il filo dell’indagine giornalistica, per ricostruire esattamente quante tasse di successione furono pagate. Quasi nulla. I genitori di Donald, Fred e Mary, cominciarono già da vivi a trasferire ai figli oltre un miliardo di dollari (ai prezzi di allora), che in base alle aliquote vigenti all’epoca di quelle donazioni avrebbero dovuto pagare un’aliquota del 55% e quindi almeno 550 milioni di tasse. Ne pagarono meno di un decimo, per la precisione 52 milioni, poco più del 5%.

L’inchiesta del New York Times ricostruisce i meccanismi con cui il giovane Donald cominciò prestissimo ad “aiutare i genitori a evadere le tasse, costruendo società fittizie a scopo fraudolento”. L’attuale presidente degli Stati Uniti “nascose o mascherò donazioni, aiutando il padre a usufruire di deduzioni illecite”. Inoltre “contribuì a formulare una strategia per sottostimare sistematicamente il valore delle proprietà immobiliari della famiglia, deprezzandole per centinaia di milioni, e così riducendo l’imponibile su cui lui e i fratelli avrebbero pagato le tasse sulle donazioni”.

L’inchiesta, apparsa stasera sul sito del quotidiano, se viene stampata riempie 38 cartelle. Vi hanno lavorato per oltre un anno tre giornalisti: David Barstow, Susanne Craig, Russ Buettner. Si sono fatti assistere e consigliare da squadre di esperti fiscali. È corroborata da decine di interviste, a ex soci e collaboratori negli affari di Trump, a esperti e avvocati.

Molte ore dopo la pubblicazione sul sito, a tarda serata la Casa Bianca ha diffuso il seguente comunicato: “Fred Trump è morto quasi vent’anni fa ed è triste osservare questo attacco menzognero contro la famiglia Trump da parte del fallimentare New York Times. Molti decenni fa l’Irs (Internal Revenue Service, è l’agenzia federale delle entrate, ndr) ha controllato e approvato quelle operazioni. Il New York Times e altri media sono ai minimi della credibilità e hanno l’ossessione di attaccare il presidente e i suoi familiari a tempo pieno, anziché dare le notizie”.

Il grande dilemma che lo stesso New York Times non riesce a sciogliere, come implicitamente ricorda la risposta della Casa Bianca, è quello dell’impunità. Trump è un personaggio ad altissima visibilità da molti decenni. Una fama che avrebbe dovuto attirargli molta attenzione. Perché l’Internal Revenue Service – l’agenzia federale del fisco – non lo ha inchiodato? Lo stesso interrogativo aleggia da quando i sospetti di comportamenti illeciti furono alimentati dallo stesso candidato, col suo rifiuto sfacciato di pubblicare le dichiarazioni dei redditi.

Venne incalzato su quel tema – almeno da una parte della stampa – durante la campagna per la nomination (2015) quando ancora c’erano tanti rivali in campo repubblicano. Il sospetto è che uno scudo d’impunità possa avere a che fare con la generosità dell’immobiliarista Trump verso tanti politici – anche democratici, inclusi Bill e Hillary Clinton – e verso quei magistrati che ricoprono cariche elettive e devono quindi finanziare le proprie campagne.

È il caso dei procuratori generali di New York avvicendatisi negli ultimi anni, e stranamente inerti in fatto d’indagini sull’azienda Trump. Per finire c’è naturalmente il problema degli elettori: quelli che lo hanno votato nel 2016 evidentemente non assegnano all’onestà fiscale l’importanza che crediamo.
Si è sempre in tempo per cambiare.

Il New York Times ricorda che i presunti reati fiscali attribuiti a Trump si riferiscono a periodi così lontani che sono ormai caduti in prescrizione sotto il profilo penale. Non c’è prescrizione, invece, per le multe nelle cause civili che puntino a far recuperare al Tesoro degli Stati Uniti ciò che l’attuale presidente degli Stati Uniti avrebbe sottratto.
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

Fonte:https://www.repubblica.it/esteri/2018/10/02/news/nyt_trump_eredito_413_milioni_eludendo_il_fisco-207990726/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

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