L’intreccio tra geopolitica, innovazione tecnologica e nuove economie come la space economy e la defence economy sta ridisegnando le mappe della competizione globale. La guerra economica tra Stati si combatte oggi con algoritmi, satelliti, chip e brevetti più che con armi convenzionali.
In questo scenario, anche la finanza è chiamata a una profonda evoluzione: deve diventare più intelligente, capace di sostenere l’innovazione e guardare oltre il ritorno immediato. A guidarci in questa analisi è Andrea Di Bari, fondatore di Legalis Business Consulting, società specializzata in consulenza direzionale e strategica, operazioni di Mergers & Acquisitions (M&A) e finanza strategica. Da anni lavora a cavallo tra università, incubatori e mondo industriale, con l’obiettivo di trasformare la ricerca in impresa, costruendo ponti concreti tra capitale, ricerca e innovazione. Con lui abbiamo parlato del nuovo equilibrio economico internazionale, del ruolo crescente della defence economy e della necessità, per l’Italia, di fare squadra tra finanza, istituzioni e imprese per restare competitiva in un mondo sempre più connesso e veloce.

di Roberta Imbimbo

Dottor Di Bari, negli ultimi mesi si parla sempre più di “nuove economie” come la space economy e la defence economy. Quanto sono reali queste frontiere del nuovo sviluppo industriale?
Molto più reali di quanto si pensi. La defence economy, in particolare, è una delle aree che stanno crescendo più rapidamente. L’aumento della spesa pubblica per la difesa in molti Paesi europei non ha solo un valore militare: genera una filiera economica complessa, fatta di tecnologie, ricerca, materiali avanzati, software e applicazioni che poi si riversano anche nella vita civile. È una frontiera che può trainare l’economia industriale e tecnologica per i prossimi anni.

Lei cita spesso le tecnologie “dual use”. Che ruolo possono avere nel rilancio industriale?

Un ruolo strategico. Parliamo di tecnologie nate in ambito militare ma che trovano applicazione civile, producendo benefici per la collettività. Pensi alle ricerche in campo farmaceutico, ai materiali per la protezione da virus o radiazioni, ai sistemi di comunicazione sicuri: tutti esempi di innovazioni “dual use”. L’Italia ha eccellenze scientifiche e universitarie di altissimo livello, ma spesso fatica a portare i risultati della ricerca sul mercato. Ecco perché credo che la finanza possa diventare un ponte tra università, ricerca e industria.

Un’altra sfida importante che lei cita spesso è la riconversione industriale. In che direzione può andare questo processo?

La riconversione industriale sarà cruciale nei prossimi anni, soprattutto per settori complessi come l’automotive, che potranno trovare nuove opportunità nella space economy e nella defence economy. In questo ambito sto portando avanti un’intensa attività di scouting e di sintesi tecnologica: identifichiamo soluzioni con un livello di maturità tecnologica già avanzato (TRL alto) o con grandi potenzialità ancora inespresse, e le aiutiamo a trovare un contenitore economico, una struttura manageriale e finanziaria adeguata. L’obiettivo è portarle rapidamente sul mercato, rendendole appetibili per investitori e operatori industriali. È un modo per valorizzare la ricerca universitaria, spesso penalizzata dalla difficoltà di accesso al mercato, e per trasformare innovazione pura in impresa concreta.

In che modo la finanza può contribuire a questo passaggio?

Diventando più “intelligente”. Per fare questo, è necessario orientare gli investimenti non solo al profitto immediato, ma a tecnologie che nel medio-lungo termine garantiscono ritorni strategici. Oggi serve una finanza capace di leggere il futuro, di sostenere progetti più durevoli nel tempo, anche se con un ritorno economico più lento. Alla fine, sono questi gli investimenti che creano un vero vantaggio competitivo per il Paese.

Lei parla spesso di fare “squadra” tra istituzioni, imprese e finanza. È una condizione ancora difficile in Italia?

Sì, ma non impossibile. Io vivo a Malta, da dove posso godere di un punto di osservazione privilegiato, essendo un sistema dedito alla finanza internazionale, e da qui l’Italia è percepita come uno dei paesi con le più grandi potenzialità. In Italia abbiamo un tessuto industriale straordinario ma spesso frammentato, e una burocrazia che rallenta i processi decisionali. Dobbiamo imparare a “fare sistema” nel senso più pieno del termine: Sistema Paese significa creare un collegamento stabile tra le competenze presenti nei diversi mondi — quello finanziario, quello industriale, quello legislativo e quello universitario — mettendole in relazione per obiettivi condivisi di crescita e autonomia tecnologica. Serve una regia comune che sappia orientare le risorse pubbliche e private verso le filiere strategiche, favorendo partnership pubblico-private e progetti integrati di innovazione. In questo modo, anche le piccole e medie imprese potrebbero accedere più facilmente a capitali, conoscenze e tecnologie che oggi restano appannaggio dei grandi gruppi. Non si tratta solo di “collaborare”, ma di coordinare gli interessi in una logica di competitività nazionale. Fare squadra, oggi, vuol dire allineare finanza, politica industriale e ricerca verso un obiettivo di autonomia e di posizionamento strategico del Paese nel contesto internazionale.

Qual è il contributo concreto che una boutique finanziaria come Legalis Business Consulting  può dare in questo scenario?

Legalis Business Consulting funge da ponte tra innovazione e capitale. Il nostro ruolo è individuare tecnologie promettenti nel mondo universitario e della ricerca, strutturarle economicamente e managerialmente, e renderle immediatamente appetibili per il mercato dei capitali. Lavoriamo fianco a fianco con giovani imprenditori negli incubatori e nelle università, aiutandoli a trasformare le loro idee in imprese concrete. Forniamo loro una lettura chiara e tempestiva del contesto, così da poter prendere decisioni strategiche nel momento giusto: questo è il cuore della mia missione e dell’intelligenza competitiva.

In ultima analisi, qual è la visione di lungo periodo?

Dopo l’epoca delle tecnologie disruptive, la nuova sfida sarà renderle sostenibili e accessibili. Se finanza, industria e istituzioni sapranno davvero fare squadra, l’Italia potrà trasformare il proprio potenziale tecnologico in una vera leva di potenza economica.