Mentre il dibattito pubblico si concentra su edilizia sanitaria e nuovi ospedali, una crisi meno visibile ma altrettanto grave rischia di paralizzare il sistema: il payback sui dispositivi medici. Ne parliamo con Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità e con Michele Colaci presidente di Confapi sanità.

Presidente, si parla molto di edilizia sanitaria e liste di attesa. Ma Lei sostiene che il problema oggi sia altrove.
Sì. Possiamo costruire quanti ospedali vogliamo, ma senza medici e senza strumenti restano scatole vuote.
In che modo il payback incide sull’attività ospedaliera?
È un meccanismo che definirei “eutanasia imprenditoriale”. Ci viene chiesto dopo anni di restituire somme enormi, per errori di programmazione pubblica. Il risultato è che molte imprese non riusciranno a sostenere le forniture e mancando i dispositivi, gli interventi si fermano e si allungano le liste di attesa.
Parliamo di cifre rilevanti?
Oltre 10 miliardi di euro di scostamento, addossati ad imprese che non hanno deciso né budget né volumi. È un trasferimento di responsabilità che non ha alcuna logica economica né giuridica.
Quante società sono coinvolte?
Il payback mette a rischio un intero settore strategico composto al 95% da piccole e medie imprese. Se queste realtà falliscono, non perdiamo solo posti di lavoro ma competenze, innovazione e resilienza territoriale.
Se il budget è errato, perché a pagare sono i fornitori?
È la domanda che poniamo da tre anni, in una battaglia legale e istituzionale. I prezzi sono fissati da gare pubbliche, i quantitativi dalle strutture sanitarie, gli sforamenti stabiliti a posteriori. Cosa c’entrano le imprese? Nulla. Eppure, vengono trattate come il bancomat del sistema.
Quali sono le conseguenze per il Servizio sanitario nazionale?
Meno fornitori significa meno concorrenza, maggiore dipendenza da poche multinazionali, in pratica un sistema più fragile e meno sostenibile. A questo si aggiungono migliaia di contenziosi che gravano sui bilanci di imprese e Regioni, con serio rischio di danno erariale.
Cosa chiedete oggi al governo?
Tre interventi immediati: la sospensione degli espropri dei crediti, la riapertura del tavolo interministeriale e l’interruzione di questa catena di errori che porta fallimenti, licenziamenti, ammortizzatori sociali e perdita di produttività. Il payback va superato, ma intanto va mitigato e reso equo, non semplicemente uguale, introducendo una franchigia per le PMI, come già avviene nel settore farmaceutico e bancario.
Conflavoro PMI Sanità continuerà questa battaglia?
Senza esitazioni. Gli imprenditori devono sapere che non sono soli. Qui non è in gioco un interesse di categoria, ma la tenuta del sistema sanitario e produttivo del Paese, oltre alla credibilità del dialogo tra governo e imprese.

Presidente Colaci, lei sostiene che l’imposizione del payback favorisca le multinazionali a discapito delle PMI italiane nel settore biomedicale, rischiando di impoverire il Made in Italy della salute. Può spiegare concretamente quali effetti ha questo sistema sulle imprese locali, sui prezzi per il SSN e sul know-how nazionale?
Il legislatore ha creato un sistema che funge da selezione artificiale del mercato. Imporre il payback significa spianare la strada a un’oligopolia globale. Le multinazionali hanno la forza finanziaria per assorbire il colpo, mentre le nostre PMI, radicate sul territorio, vengono spinte verso il fallimento o l’acquisizione. È un disegno che impoverisce l’Italia: meno imprese locali significa meno concorrenza, prezzi più alti per il SSN e la perdita di un know-how unico. È un attacco frontale al Made in Italy della salute che consegna la nostra sanità nelle mani di pochi giganti stranieri. La soluzione del Governo non aiuta il settore: lo sta semplicemente svendendo a chi ha le spalle abbastanza larghe per sopravvivere a un’ingiustizia di Stato.
Dott. de Lucia, qual è il messaggio finale che vuole lanciare?
Il tempo delle attese è finito. Servono azioni concrete e risolutive, non nuove promesse per un futuro che rischiamo di non vedere. Intervenire ora significa salvare imprese, tutelare l’occupazione, garantire continuità al Servizio sanitario nazionale. Rimandare ancora significa assumersi il peso politico di un danno ormai annunciato.























































