Il rischio penale non è più un incidente di percorso. È diventato una componente strutturale dell’attività economica. In un sistema normativo stratificato, mutevole e spesso disallineato, le imprese non si limitano più a reagire alle emergenze: devono imparare ad anticiparle. In questo scenario, il penalista d’impresa ha cambiato natura. Non è più solo il difensore chiamato quando occorre apprestare la difesa tecnica in giudizio, ma una figura che contribuisce a progettare l’assetto di sicurezza giuridica dell’azienda. La traiettoria professionale dell’avvocato Chiara Tebano — formatasi nei primi anni Novanta, quando il diritto penale commerciale era ancora un territorio di nicchia — riflette questa trasformazione. Dalla stagione di Mani Pulite fino all’affermazione della responsabilità degli enti, il suo percorso segue da vicino l’evoluzione del rapporto tra impresa e diritto penale.

di Roberta Imbimbo

Avvocato Tebano, oggi che ruolo ha il penalista d’impresa?

Nell’ attuale sistema complesso il rischio penale è connaturato all’ attività di impresa. Non riguarda solo condotte deliberatamente illecite o fraudolente: può derivare da scelte organizzative inadeguate, da errori gestionali, da processi aziendali non sufficientemente strutturati. In questo contesto, il penalista affianca l’impresa nella quotidianità. Non interviene solo quando emerge il problema, ma contribuisce a costruire gli strumenti per evitarlo.

Quindi non più solo emergenza, ma prevenzione?

Esattamente. Pensiamo ad aziende produttive, facilmente esposte  a responsabilità penali ambientali e in materia di sicurezza sul lavoro. Oppure a una società che opera in un contesto di segnali di crisi: iniziative prese senza considerare il possibile rilievo penalistico possono poi tradursi in una contestazione di bancarotta, qualora sopraggiunga la dichiarazione di insolvenza. Il punto è che il rischio penale si annida anche nelle decisioni ordinarie. Per questo serve un presidio continuo.

Il suo percorso nasce in un contesto molto diverso.

Sì. All’inizio degli anni Novanta il diritto penale dell’economia era poco esplorato. Mi sono laureata nel 1992 con una tesi sull’insider trading, sotto la guida di Franco Bricola, quando il tema era ancora marginale. Poi è arrivata Mani Pulite, che ha portato alla luce rapporti spesso distorti tra politica e mondo dell’ economia.

Che impatto ha avuto quella stagione?

Enorme. Le tematiche principali allora erano quelle dei reati contro la pubblica amministrazione.. Per chi, come me, era all’inizio, è stata una palestra straordinaria. Ma soprattutto ha segnato l’inizio di un processo che non si è più fermato: l’espansione del diritto penale nell’economia e, più recentemente, l’ introduzione e il frequente ricorso a strumenti particolarmente invasivi nella vita delle imprese, quali l’ affidamento ad amministrazioni giudiziarie e l’ impiego delle varie forme di confisca.

Oggi questo processo è compiuto?

L’introduzione di nuove fattispecie di reato o la modifica di quelle esistenti è sempre in corso.  anche se in maniera non sempre coerente.  In materia di bancarotta, ad esempio, il Codice della crisi ha innovato profondamente gli strumenti civilistici, ma le ipotesi di reato sono immutate, al momento.. Si tratta, peraltro, di una delle materie più complesse e delicate del diritto penale di impresa.

La giurisprudenza ha cercato di intervenire?

Credo vada riconosciuto alla  Corte di Cassazione un impegno, mai venuto meno, alla selezione delle condotte realmente offensive e meritevoli di sanzione, in questa materia, e  in altre, assai differenti ma non meno rilevanti, come quella relativa agli infortuni sul lavoro, all’elaborazione di principi fondamentali volti a  garantire il necessario contenuto di tipicità dell’ illecito penale.

E negli altri ambiti del penale d’impresa?

Il quadro è disomogeneo. Nel tributario le riforme sono annunciate ma rinviate. In ambito ambientale, invece, l’area del penalmente rilevante si è ampliata molto, aumentando l’esposizione delle imprese. Sulla sicurezza sul lavoro, infine, il sistema resta ancorato a schemi ormai consolidati, anche se spesso permane, soprattutto nelle sedi di merito,  una forte responsabilizzazione delle posizioni apicali.

 

Quanto pesa oggi la responsabilità degli enti?

Moltissimo. Il decreto 231 ha cambiato paradigma: la responsabilità penale non è più solo individuale, ma può ricadere sull’organizzazione. I reati presupposto sono in continuo aumento.  Tuttavia, se ben strutturato, il modello organizzativo può effettivamente diventare un utile strumento di gestione dei processi e di prevenzione dei reati.

Tutte le imprese sono pronte a questo approccio?

Non ancora. Le grandi aziende hanno strutture dedicate, ma le PMI spesso percepiscono questi strumenti come un costo. È qui che si gioca una partita decisiva: capire che la prevenzione non è un appesantimento burocratico, ma, se adeguatamente posta in essere,  una forma di protezione per le imprese e per chi vi lavora. Le attività prodromiche all’ elaborazione di un modello spesso inoltre consentono l’ efficientamento dei processi.

Qual è allora il messaggio alle imprese?

Che il rischio penale- come, del resto, ogni forma di rischio,  va governato. Non potendolo eliminare del tutto, occorre  conoscerlo, valutarlo e gestirlo in modo consapevole. Questo richiede un’ organizzazione adeguata, , presidi idonei e un dialogo costante con il legale.

E il penalista, in questo quadro?

È diventato un partner strategico. Non solo difende in giudizio – attività sempre più complessa e a suo modo specialistica-, ma, con il portato della quotidiana esperienza nelle aule e della conoscenza del contesto normativo e giurisprudenziale, aiuta a prendere decisioni.

Non è una visione “forte”? Il penalista sempre necessario?

È una visione realistica. Il punto non è avere un penalista “sempre in azienda”, ma integrare la competenza penalistica nei processi organizzativi e decisionali. Ignorare il rischio oggi è molto più costoso, anche a livello sociale,  che gestirlo. In un’economia complessa, dove il confine tra errore e illecito è sempre più sottile, il penalista d’impresa non è più una figura di retroguardia. È, sempre più, una sentinella avanzata. E, in molti casi, l’architetto silenzioso di un equilibrio fragile: quello tra libertà d’impresa e responsabilità.