In un ecosistema normativo che cambia a velocità crescente – tra ampliamenti continui dei reati presupposto, orientamenti giurisprudenziali non ancora consolidati e nuove esigenze di compliance – le imprese si trovano a navigare in un terreno complesso e spesso incerto. In questo scenario, lo Studio Giordanengo Avvocati Associati rappresenta un punto di riferimento nazionale nel diritto penale d’impresa e nella responsabilità amministrativa degli enti. Fondato nel 2000 dall’Avvocato Cesare Giordanengo, oggi guidato dall’Avv. Guglielmo Giordanengo e dall’Avv. Roberto Calleri di Sala, lo Studio è una boutique legale che ha costruito la propria reputazione su stabilità, specializzazione e una forte presenza nei processi decisionali aziendali, accanto a imprese, pubbliche amministrazioni e colletti bianchi.
di Roberta Imbimbo

Avvocato Giordanengo, lo Studio nasce nel 2000 con una mission molto precisa. Qual è stata la visione iniziale?
Lo Studio è nato con l’obiettivo di diventare un presidio altamente specializzato nel diritto penale d’impresa, un settore complesso, tecnico e in costante trasformazione. Abbiamo investito subito su competenze verticali, costruendo un team in grado di offrire consulenza e difesa di altissimo livello, non solo alle grandi Corporate ma anche alle PMI. La specializzazione è stata la nostra scelta strategica: concentrarci su un ambito specifico ci ha consentito di diventare una boutique legale riconosciuta e orientata al futuro.
Quali elementi vi distinguono dai vostri competitor?
Sicuramente la stabilità. In ogni incarico costruiamo un collegio difensivo composto da almeno due avvocati con esperienza specifica nella materia oggetto del caso. Questo garantisce competenza, continuità e una visione completa. Operiamo soprattutto a fianco di società e colletti bianchi, ma anche della pubblica amministrazione. Personalmente faccio parte di diversi consigli di amministrazione e organismi di vigilanza: questa duplice posizione – la professione in aula e quella nei board – ci permette di comprendere dall’interno le dinamiche aziendali e i punti di vulnerabilità. È un valore aggiunto enorme quando si tratta di diritto penale d’impresa e, soprattutto, di responsabilità amministrativa degli enti.
La responsabilità amministrativa degli enti è oggi uno dei temi più cruciali per le imprese. Perché è così complessa?
Perché è una disciplina centrale ma ancora poco stabilizzata. Introdotta nel 2001, ha sancito un vero cambio di paradigma: le società rispondono penalmente quando un reato viene commesso nel loro interesse. Un passaggio che ha trasformato radicalmente il ruolo dell’impresa nei processi penali. La struttura normativa, però, è “a maglie larghe”: negli anni ha dato luogo a interpretazioni giurisprudenziali anche molto diverse, a volte persino opposte. A ciò si aggiunge un ampliamento continuo dei reati presupposto. Ogni nuovo reato richiede un aggiornamento immediato dei Modelli di Organizzazione e Gestione, e quindi un impegno costante delle imprese. È una materia viva, in movimento: per governarla servono visione, metodo e aggiornamento continuo.
E infatti si parla molto della riforma della disciplina 231 attualmente al vaglio del Governo. È davvero urgente?
Sì, la riforma è necessaria. Dopo oltre vent’anni, la disciplina 231 ha bisogno di maggiore chiarezza e sistematicità. Oggi soffre di un’espansione talvolta disordinata dei reati presupposto, che rischia di indebolire la funzione preventiva dei modelli. Servono criteri più definiti sull’efficacia dei Modelli di Organizzazione, una selezione più rigorosa delle fattispecie rilevanti e un riconoscimento più chiaro del ruolo dell’Organismo di Vigilanza, che negli anni ha assunto una rilevanza enorme nelle dinamiche aziendali. Una riforma ben strutturata renderebbe la norma più prevedibile e più aderente alle reali esigenze delle imprese.
Proprio sull’Organismo di Vigilanza: perché la figura del penalista è diventata così centrale?
Perché la 231 ha introdotto un ruolo del tutto nuovo: il penalista come parte integrante della governance. Non solo difensore in aula, ma supervisore delle procedure interne, garante dei processi di controllo, osservatore delle dinamiche aziendali. Come membro degli Organismi di Vigilanza ho la responsabilità di verificare che l’impresa sia organizzata in modo da rendere il più difficile possibile la commissione di reati. È un ruolo che richiede competenze giuridiche raffinate, ma anche capacità di analisi organizzativa, valutazione del rischio, leadership e dialogo con il management. Parallelamente è nata una nuova professione: quella del penalista specializzato nella difesa degli enti nei processi penali. Un settore che prima del 2001 non esisteva e che oggi è tra i più tecnici e strategici della materia.
Quali competenze deve avere oggi uno studio che si occupa seriamente di 231?
Servono tre cose: specializzazione, metodo e aggiornamento continuo. La 231 è una disciplina in continua evoluzione: richiede un team sempre aggiornato sulle novità normative, sulla giurisprudenza più recente e sulle best practice organizzative. Non basta conoscere la legge: bisogna conoscere le imprese, i processi produttivi, le dinamiche interne, i rischi specifici di settore. La compliance 231 è un terreno tecnico e sensibile: richiede competenza, rigore e capacità di anticipare i cambiamenti. È ciò che, ogni giorno, il nostro Studio si impegna a garantire.






















































