A un anno dal terremoto del 13 marzo 2025 (magnitudo durata 4.6), che colpì l’area flegrea con effetti particolarmente intensi a Bagnoli, il sistema mostra una dinamica meno accelerata ma tutt’altro che esaurita. Il sollevamento del suolo – che nelle settimane precedenti l’evento raggiungeva velocità dell’ordine di 3 cm al mese – si è progressivamente ridotto fino agli attuali circa 10 mm al mese, dopo una fase intermedia variabile tra 15 e 25 mm al mese nella seconda metà del 2025. Il dato cumulativo resta significativo: circa 20 cm nell’ultimo anno e oltre 162 cm dal 2005. La deformazione mantiene una geometria stabile, con massimo al Rione Terra e decadimento radiale verso i bordi della caldera; un comportamento che suggerisce la presenza di una sorgente pressurizzante sostanzialmente stazionaria a profondità contenuta. Contestualmente, la sismicità ha mostrato una riduzione sia in termini di frequenza che di energia rilasciata, coerente con una fase di minor tasso di deformazione. Restano episodi isolati – come la scossa di magnitudo durata 3.5 del 28 febbraio 2026 – che non si accompagnano però a variazioni significative del campo deformativo. Da segnalare inoltre un’anomalia locale nell’area dell’Accademia Aeronautica, caratterizzata da un deficit di sollevamento, attualmente oggetto di studi e approfondimenti scientifici. Il confronto con la crisi del 1982-84, quando il sollevamento raggiunse velocità molto più elevate, fino a oltre 10 cm al mese, permette di inquadrare la fase attuale: meno intensa nel tasso di deformazione, ma ancora significativa. Alcuni terremoti recenti hanno raggiunto magnitudo leggermente superiori a quelli della crisi del 1982-84, con un rilascio di energia complessivamente maggiore. È all’interno di questo equilibrio dinamico che si inserisce la nostra conversazione con il professor Pierluigi Musto, geologo esperto dell’area flegrea.
di Roberta Imbimbo

Prof. Musto, dopo un anno possiamo parlare di miglioramento?
Siamo in una fase di sollevamento a velocità ridotta, ciò è accaduto più volte negli ultimi anni, anche per diversi mesi, intervallata da brevi periodi con tassi di deformazione e sismicità superiori. Tuttavia, il processo bradisismico è ancora pienamente attivo.
La stabilità della sorgente deformativa è un elemento rassicurante?
Il fatto che la geometria della deformazione resti invariata nel tempo suggerisce che la sorgente non si sia spostata. Ma attenzione: stabilità geometrica non equivale a stabilità energetica. Il sistema continua ad accumulare e rilasciare energia con un andamento non lineare .
Come si spiega il fatto che oggi si registrino terremoti anche più energetici rispetto alla crisi del 1982-84?
Questo è legato al superamento dei livelli massimi di deformazione registrati in quella crisi secondo un modello descritto dal Prof De Natale (già Direttore dell’Osservatorio Vesuviano) fin dal 2017 . Quando il sistema oltrepassa determinate soglie, aumenta lo stato di sforzo nelle rocce e, di conseguenza, la possibilità di eventi più frequenti e con magnitudo maggiore. È coerente con modelli recenti che descrivono una risposta non lineare del mezzo roccioso al crescere della deformazione.
Possiamo aspettarci nuove accelerazioni improvvise del sollevamento?
In passato si sono verificate variazioni rapide, anche nell’arco di pochi giorni, associate a sciami sismici energetici. Negli ultimi dodici mesi non abbiamo osservato dinamiche di questo tipo. Un aspetto interessante è che le fasi a maggiore velocità sembrano avere durata più breve.

Qual è il meccanismo alla base della sismicità flegrea?
Parliamo di sismicità vulcano-tettonica. Il sollevamento differenziale – massimo nell’area centrale e minore verso i bordi – genera sforzi di taglio nelle rocce. Quando questi superano la resistenza del mezzo, si producono fratture e quindi terremoti. Non è il magma a generare direttamente le scosse, ma la risposta meccanica delle rocce alla deformazione. Le aree sismogenetiche principali restano ben definite: Solfatara-Pisciarelli-Astroni, La Pietra-Bagnoli, Cigliano-Gauro, Lucrino e la fascia costiera tra Baia e Bacoli. Gli ipocentri sono generalmente superficiali, entro i 3 km, solo verso Baia Bacoli gli ipocentri possono essere un po’ più profondi presumibilmente perché in quell’area abbiamo un gradiente geotermico minore.
In conclusione, cosa sente di dire ai nostri lettori?
Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ridotto il proprio ritmo ma l’Unrest (disequilibrio) resta in essere. L’ equilibrio dell’ultimo periodo è solo apparente: la geochimica non fornisce dati di inversione, la deformazione e la sismicità continuano a modulare l’energia interna della caldera. Sotto i Campi Flegrei, la terra continua però a respirare. Più lentamente, ci auguriamo che sia il prodromo di un’inversione più duratura ed efficace.























































