In Italia si consolida un sentimento diffuso di insicurezza che non può essere letto esclusivamente attraverso l’andamento statistico dei reati. È una crisi più profonda, che riguarda la tenuta del sistema di giustizia, la sua capacità di dare risposte tempestive ed effettive e, soprattutto, la percezione della certezza della pena. La distanza crescente tra legalità formale e giustizia sostanziale alimenta sfiducia nelle istituzioni e spinge parte della cittadinanza verso forme di organizzazione autonoma della sicurezza. Ne parliamo con l’avvocato penalista e docente universitario Michele Miccoli.

di Roberta Imbimbo

 

Avvocato Miccoli, quello che i cittadini avvertono oggi è un senso di insicurezza reale o soltanto percepito?
È un sentimento reale, che affonda le sue radici nella quotidianità del vivere civile. La sicurezza non può essere ridotta alla sola presenza delle forze dell’ordine sul territorio, che certamente svolgono una funzione di prevenzione generale e di deterrenza. Il problema emerge nel momento successivo, quando il cittadino non si sente parte attiva del sistema di giustizia e avverte una distanza tra l’illecito e la sua effettiva sanzione.

Perché oggi il cittadino tende a non intervenire o a non denunciare?

Perché il costo individuale della partecipazione alla giustizia è percepito come eccessivo. Denunciare un reato o testimoniare comporta spesso tempi lunghi, adempimenti ripetuti, perdita di giornate lavorative e possibili ripercussioni sul piano professionale. Il diritto all’azione penale, nella pratica, si scontra con un sistema dell’esecuzione che non tutela adeguatamente il cittadino collaborante. Di fronte a questo scenario, prevale l’indifferenza come forma di autodifesa.

Questo alimenta l’idea che “chi sbaglia non paga davvero”?

Indubbiamente sì. Oggi il sistema sanzionatorio, soprattutto per i reati puniti con pene fino a quattro anni, consente ampi margini di accesso alle misure alternative alla detenzione. Il ruolo del giudice dell’esecuzione è centrale, ma il risultato percepito è che il carcere venga sistematicamente evitato. Questo incide sulla credibilità della pena come strumento di prevenzione generale.

Ritiene che il sistema penale abbia perso la sua funzione retributiva?

Negli ultimi anni la funzione retributiva della pena è stata progressivamente compressa a favore di quella rieducativa e di reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali di cui all’art 27 della Costituzione. Tuttavia, il problema è che la funzione rieducativa, nella prassi, spesso non si realizza. Le condizioni strutturali del sistema carcerario e l’assenza di percorsi efficaci di recupero rendono la pena inefficace sotto entrambi i profili.

I casi mediatici incidono su questa percezione?

In maniera determinante. Vicende come quelle rappresentate in trasmissioni televisive trasmettono l’idea di una sostanziale impunità, con la reiterazione di condotte illecite percepite come tollerate dal sistema. L’ultima vicenda, quella di Signorini, evidenzia, infatti, come l’assenza di conseguenze sanzionatorie immediate possa produrre danni irreversibili sul piano personale e reputazionale.

 La perdita di fiducia può sfociare in forme di giustizia privata?

Il rischio è concreto. Stiamo assistendo alla nascita di fenomeni di aggregazione civica che, pur muovendosi formalmente nel perimetro della legalità, suppliscono alle carenze percepite dello Stato. A Roma, ad esempio, il fenomeno Carabella: gruppi di cittadini che presidiano le metropolitane in funzione di supporto alle forze dell’ordine, con modalità operative più incisive e autonome.

Perché questi fenomeni non vanno sottovalutati?

Perché rappresentano un sintomo di sfiducia sistemica. Anche se oggi agiscono legittimamente, segnalano una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Fenomeni analoghi stanno emergendo in maniera esponenziale a Milano, Venezia, Firenze. Ignorarli significa rischiare una delegittimazione progressiva della magistratura e dello Stato di diritto.

Quali riforme sono necessarie per ricostruire la fiducia dei cittadini?

Il garantismo resta un principio imprescindibile: nessuno può essere esposto al pubblico ludibrio senza un giusto processo. Ma accanto a questo serve la certezza della pena, intesa come effettività e rapidità dell’esecuzione. In ordinamenti come Dubai, Principato di Monaco e diversi altri paesi, la sicurezza è fondata proprio sulla prevedibilità e sull’immediatezza della risposta sanzionatoria.

Serve anche un intervento sulle pene?

È necessario rivedere quantomeno le soglie minime, rafforzando la funzione retributiva della pena. Il carcere deve tornare a essere non solo uno strumento di rieducazione, ma anche un segnale chiaro di responsabilità per chi viola le regole. Senza una sanzione credibile, il sistema perde la sua forza normativa. In conclusione, la crescente organizzazione autonoma dei cittadini in materia di sicurezza non può essere letta come una semplice forma di volontariato civico. È un indicatore di disagio istituzionale che il sistema giudiziario non può ignorare. Solo un equilibrio rinnovato tra garantismo, certezza della pena ed effettività dell’esecuzione potrà restituire credibilità alla giustizia e ricostruire il patto di fiducia tra Stato e cittadini.