La forza della manifattura italiana nasce dalla capacità di trasformare l’artigianalità in impresa strutturata. Dal Sasso DS-Group – azienda di Latina specializzata nella costruzione di stampi termoplastici in acciaio e nello stampaggio di prodotti in plastica –  incarna questo passaggio: da officina specializzata a realtà industriale dell’indotto nazionale, grazie a processi condivisi, digitalizzazione e capitale umano qualificato. In un settore dove l’AI ottimizza i processi ma non può replicare la sensibilità tecnica delle produzioni complesse, la sfida resta la trasmissione del know-how e la costruzione di una visione imprenditoriale moderna.

di Roberta Imbimbo

Marco Dal Sasso, la vostra azienda ha vissuto un passaggio cruciale: da artigiani a imprenditori industriali. Cosa significa davvero compiere questo salto?

Molte aziende italiane crescono in dimensione ma restano artigiane nella mentalità. Se la conoscenza resta nelle mani di pochi, l’impresa non può scalare né strutturarsi. Il vero salto non coincide con l’aumento del personale, ma con la capacità dell’imprenditore di delegare, creare processi e trasformare il sapere tacito in procedure condivise. Solo così un’azienda può diventare realmente industriale e non dipendere più da un singolo individuo. Ed è ciò che abbiamo fatto noi tre fratelli Dal Sasso: abbiamo convertito competenze personali in un sistema organizzativo replicabile, capace di garantire continuità e crescita.

Perché questo passaggio è così determinante nella manifattura?

La manifattura italiana vive di complessità tecnica, non di volumi. L’artigiano è indispensabile, ma se non evolve rischia di bloccare la crescita. La mentalità imprenditoriale costruisce procedure, responsabilità e autonomia. Così si sviluppa un’organizzazione in grado di innovare, investire, dialogare con grandi gruppi e inserirsi in filiere globali. La nostra espansione, che oggi ci vede fornire oltre 100 clienti in 40 settori, è stata possibile solo grazie a questa evoluzione culturale.

Molte imprese lamentano la perdita di competenze storiche. Quanto è strategica la trasmissione del know-how?

È fondamentale, e richiede formazione continua e mentoring costante. La manifattura si regge su un patrimonio tecnico che non può essere improvvisato. Quando un tecnico senior va in pensione senza aver trasmesso il suo bagaglio, l’azienda perde competitività. I senior devono diventare tutori del sapere, guidando i più giovani, mentre diventa essenziale selezionare collaboratori motivati e pronti ad apprendere. Noi abbiamo codificato competenze attraverso documentazione sistematica, formazione interna, affiancamento diretto e passaggio graduale di responsabilità. Solo così si garantisce continuità, qualità e solidità industriale. Un’impresa che non investe nel capitale umano e nella trasmissione del know-how resta vulnerabile, indipendentemente dai macchinari tecnologici.

Oggi si discute molto di Intelligenza Artificiale. Qual è il suo impatto reale sulla manifattura italiana?
Serve una lettura tecnica, non ideologica. L’Italia è la seconda manifattura europea, ma produce in lotti limitati e altamente personalizzati. Linee completamente automatizzate con AI o robotica spinta non sono sostenibili economicamente. In questo contesto l’AI non sostituisce l’uomo: lo supporta nell’elaborazione dei dati, nell’ottimizzazione dei tempi e nella previsione delle criticità. Ma non può replicare la sensibilità tecnica e multidisciplinare necessaria per trasformare la materia. L’Italia vince perché sa produrre, non solo perché sa usare algoritmi.

DS-Group utilizza tecnologie avanzate già da anni. Come convivono digitalizzazione e capitale umano?
Vent’anni fa abbiamo creato SGAI, Sistema Gestionale Avanzato Interaziendale, che monitora ogni fase di produzione: abbiamo quindi anticipato il concetto di “fabbrica 4.0” prima che diventasse paradigma industriale. Oggi l’AI migliora l’efficienza, ma il vero valore rimane nella capacità dei nostri dipendenti di interpretare i dati, contestualizzarli e prendere decisioni tecniche corrette. Un software non sostituisce un dipendente esperto: ne amplifica solo capacità e reattività. La forza della manifattura italiana resta l’intelligenza dell’uomo.

Qual è, in sintesi, il messaggio che volete lanciare al mondo industriale?

Serve equilibrio. L’AI è uno strumento straordinario, ma l’uomo è il vero motore della manifattura. La sfida non è sostituire il lavoro umano, ma renderlo più efficace. Le imprese devono investire sull’evoluzione culturale: passare da una gestione artigianale a una imprenditoriale, delegare, formare e trasferire competenze. Solo così una realtà come la nostra può crescere, innovare e restare competitiva, mantenendo il know-how italiano al centro dell’indotto manifatturiero nazionale.

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