In un contesto normativo sempre più complesso, il ruolo del penalista d’impresa si è profondamente trasformato. Non più soltanto difesa in aula, ma attività di prevenzione, consulenza e gestione del rischio. Ne parla l’Avvocato Paolo Della Noce, fondatore dello studio DN Legal di Milano, specializzato in diritto penale d’impresa, protagonista in noti procedimenti giudiziari tra cui, da ultimo, il noto caso “Pandoro Gate”.

di Roberta Imbimbo

Avvocato Della Noce, come è nato il suo interesse per il diritto penale d’impresa?

Prima ancora che per il diritto penale d’impresa, il mio interesse è nato per il processo penale. È probabilmente l’unico processo nel nostro ordinamento che conserva una dimensione autenticamente dibattimentale, nel quale la prova emerge attraverso il contraddittorio tra le parti, il controesame dei testimoni – la cosiddetta cross examination – e l’arringa finale. Era una dimensione che mi affascinava già da ragazzo. Successivamente ho avuto la fortuna di incontrare il professor Guglielmo Gulotta, uno dei più autorevoli studiosi italiani di psicologia giuridica e forense. Fu lui a propormi di svolgere la pratica professionale nel suo studio. Da lì è iniziato un percorso straordinario che mi ha consentito di lavorare accanto a professionisti di altissimo livello e di approfondire una disciplina che considero ancora oggi fondamentale: la psicologia forense. Si tratta di una materia che, paradossalmente, non viene obbligatoriamente insegnata nelle facoltà di Giurisprudenza, e comunque ci si limita ad un solo corso opzionale, mentre la scienza psicologica e della comunicazione dovrebbe rappresentare un patrimonio indispensabile sia per gli avvocati sia per i magistrati. Comprendere i meccanismi della mente umana significa comprendere come si formano le convinzioni, come vengono percepiti gli eventi e come si costruisce una narrazione processuale. Basti pensare a casi di cronaca giudiziaria molto noti, nei quali ciò che appare evidente a prima vista non sempre rimane tale. Esiste infatti una differenza sostanziale tra verità storica e verità processuale: la prima riguarda ciò che è realmente accaduto, la seconda ciò che, sulla base delle prove raccolte e valutate, viene accertato all’interno del processo. È un tema che mi ha sempre affascinato.

E come è arrivato al diritto penale d’impresa?

Nel tempo ho compreso che il diritto penale d’impresa rappresentava una sfida professionale ancora più stimolante. Richiede competenze tecniche molto specialistiche e una conoscenza approfondita delle dinamiche aziendali. C’è poi un elemento distintivo che considero decisivo: la compliance. Nel penale d’impresa non ci si limita a intervenire quando il problema è già emerso. Si lavora anche prima, analizzando i processi aziendali, individuando le aree di rischio e costruendo modelli organizzativi in grado di prevenire la commissione dei reati. Questo significa svolgere una duplice funzione. Da un lato quella consulenziale e preventiva; dall’altro quella tipicamente difensiva, quando occorre sostenere una tesi davanti all’autorità giudiziaria. Sono due approcci differenti ma complementari, che rappresentano le due facce della stessa medaglia. È proprio questa dimensione a tutto tondo che rende il diritto penale d’impresa particolarmente interessante, perché consente di dialogare costantemente con professionisti provenienti da altri ambiti – dal diritto societario al diritto commerciale, fino alla consulenza aziendale – e di offrire ai clienti una tutela più completa.

Nel 2018 ha fondato DN Legal. Qual era la visione iniziale dello studio?

La nascita di DN Legal è stata la naturale evoluzione del mio percorso professionale. A 35 anni ho deciso di affrontare una sfida importante: aprire uno studio strutturato nel centro di Milano, con collaboratori e una chiara identità specialistica. Era una scelta ambiziosa e non priva di rischi, ma non me ne sono mai pentito.

Quanto è cambiato il ruolo del penalista d’impresa negli ultimi anni?

È cambiato radicalmente. Fino a qualche anno fa il penalista interveniva soprattutto quando il procedimento era già avviato. Oggi le aziende chiedono supporto molto prima. La ragione è semplice: sempre più attività aziendali possono assumere rilevanza penale. Le imprese hanno quindi compreso che prevenire è molto meno costoso che difendersi successivamente in un processo. L’esempio più evidente è rappresentato dal D.Lgs. 231 del 2001. Quando entrò in vigore, i reati presupposto erano appena quindici. Oggi sono diventati oltre 270, tanto che vi sono proposte per razionalizzare e snellire l’odierno sistema. In poco più di vent’anni il legislatore ha ampliato enormemente il perimetro della responsabilità degli enti, rendendo necessaria una revisione continua dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interno. Per questo motivo le imprese si affidano sempre più spesso a professionisti specializzati che siano in grado di affiancarle nella costruzione di sistemi di prevenzione efficaci.

Quanto conta la scelta del professionista giusto in una materia così complessa?

Conta moltissimo. Il problema è che oggi, per un imprenditore o per un manager, non è sempre facile comprendere il reale livello di esperienza o di specializzazione di un professionista. Molti dei procedimenti più rilevanti non finiscono sui giornali e il sistema italiano continua a essere fortemente basato sul passaparola, sulla reputazione personale e, in alcuni casi, sulla notorietà mediatica o sull’appartenenza a studi storici. Credo che la professione avrebbe bisogno di una maggiore trasparenza comunicativa. In altri ordinamenti, come quello statunitense, è possibile fornire al mercato molte più informazioni sull’esperienza maturata, sulle aree di specializzazione e sui risultati professionali. In Italia, invece, la normativa deontologica pone limiti molto rigidi. Naturalmente la tutela della dignità professionale resta fondamentale, ma una maggiore apertura consentirebbe ai clienti di compiere scelte più consapevoli.

Qual è la sfida principale per il futuro dell’avvocatura?

La professione si sta evolvendo molto rapidamente. Le competenze richieste aumentano, la normativa diventa sempre più complessa e le imprese chiedono consulenti capaci di affiancarle nelle decisioni strategiche. La vera sfida sarà riuscire a coniugare specializzazione, prevenzione e trasparenza. Sul primo e sul secondo fronte sono stati fatti enormi passi avanti. Sul terzo, invece, credo che ci sia ancora molto lavoro da fare per rendere più chiaro e comprensibile il processo di scelta del professionista da parte dei clienti. Negli ultimi vent’anni il diritto penale d’impresa ha cambiato profondamente il modo di fare impresa. Oggi non basta più conoscere la legge: occorre saper leggere i rischi prima che si possa integrare un reato. È qui che si misura il valore del penalista moderno. Non soltanto nelle aule di giustizia, ma nei consigli di amministrazione, nei processi aziendali, nelle decisioni quotidiane delle imprese. Perché il miglior processo, spesso, è quello che non si celebra mai.