Con il meccanismo del cosiddetto “payback dispositivi medici” – introdotto nel 2015 dal Governo Renzi, ma di fatto finora mai applicato – lo Stato intende ripianare l’aumento di spesa sanitaria pubblica per l’acquisto dei dispositivi medici, spostando una parte dei costi per le cure sanitarie dai buchi di bilancio regionali sulle imprese del settore che, così, rischiano di non coprire neppure i costi e di fallire. Come si può facilmente desumere, la scelta del legislatore spaventa e risulta irragionevole sotto molteplici profili – non a caso il Tar del Lazio, sezione III-quater, dubita della costituzionalità della norma e ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale per la violazione degli artt. 3, 23, 41 e 117 della Costituzione. Tra le ipotesi di incostituzionalità spicca la violazione della libera iniziativa economica privata visto che, specie le PMI del comparto sanità (circa l’80% dei fornitori ospedalieri nazionali), sarebbero sottoposte a un costo imprevisto e imprevedibile e potrebbero scomparire. Ad illustrarci l’impatto di tale normativa sulle PMI italiane è il dott. Gennaro Broya de Lucia, presidente di PMI Sanità, la nuova Associazione Nazionale delle Piccole e Medie imprese impegnate a rifornire gli ospedali del materiale necessario alla diagnosi ed alle cure degli Italiani.

 

di Roberta Imbimbo

 

Dott. Broya de Lucia, quali sono le principali novità normative in materia del c.d. “payback” con riferimento alla fornitura di dispositivi medici?

Il meccanismo del payback entra in gioco quando le Regioni continuano ad acquistare i dispositivi medici indispensabili per gli interventi chirurgici e l’erogazione delle cure ospedaliere oltre la soglia del 4.4% sul totale della spesa sanitaria. Questa soglia, già inadeguata quando fu individuata nel lontano 2011, perché sottostimata del 50% rispetto alla media europea, impone alle Regioni dei veri e propri ‘equilibrismi’ per erogare le cure e far funzionare i nosocomi. Ci saremmo aspettati un adeguamento di questa barriera ed invece ci siamo ritrovati con una legge che chiama in causa le imprese fornitrici di dispositivi chiedendo loro di partecipare al ripiano addirittura nella misura del 50% dello scostamento. È facile desumere, quindi, che si tratta di importi consistenti al momento stimati in circa 2.1 miliardi di euro per gli anni di competenza (2015-2018), che le imprese fornitrici avrebbero dovuto versare nelle casse dello Stato, entro il mese di gennaio 2022, o che le Regioni avrebbero addirittura potuto compensare con le fatture ancora non pagate alle aziende proprio per le forniture dei dispositivi, fino alla concorrenza dell’asserito debito.

 

Insomma, un vero e proprio salasso per le PMI Italiane…

Purtroppo sì! Che poi, a ben vedere: si tratta di una norma figlia di una scarsa conoscenza del settore perché pensata per un comparto totalmente differente rispetto a quello dei dispositivi medici, ovvero quello farmaceutico. A differenza del mercato farmaceutico, infatti, dove il payback agisce come una sorta di sconto al consuntivo (dato che la maggior parte dei farmaci vengono “negoziati” con l’AIFA), il meccanismo di acquisto dei dispositivi medici è soggetto sempre a gare d’appalto ad evidenza pubblica con un tetto di spesa preventivato, sul quale si avvia una procedura competitiva al ribasso tra i diversi concorrenti da tutta Europa!  Ciò significa che lo sconto già avviene a monte e spesso arriva al 30-40% del prezzo a base d’asta e questo consente di poter gestire i tetti di spesa. Peraltro anche se costrette a vendere sottocosto per l’applicazione del payback le aziende fornitrici di dispositivi medici non possono neppure rifiutarsi di eseguire le forniture non solo per coscienza ma a pena di denuncia per interruzione di pubblico servizio!

 

Se non abrogata dal Governo, quali sarebbero le conseguenze di tale normativa sulle aziende del comparto sanità?

Se il Governo non cancellasse il payback, andremmo incontro a forti criticità, senza contare poi che, qualora questo meccanismo passasse, chi vieterebbe di applicarlo anche ad altri comparti? Un recente studio di Nomisma, da noi commissionato, dal titolo “L’impatto del payback sulle imprese della filiera“, evidenzia che sono oltre 2.000 le aziende e 200 mila i posti di lavoro che potrebbero svanire per colpa della richiesta di payback sui dispositivi medici. Secondo tale indagine – che ha interessato un campione di 4mila società attive in tutto il Paese – tale meccanismo colpirebbe soprattutto le PMI condizionandone l’operatività e la stessa sopravvivenza dal momento che sarebbero chiamate a versare un importo pari a oltre il 60% dell’intero valore di fatturato (non degli utili!) nell’ultimo esercizio. Si stima che circa l’85% delle PMI fallirebbero a causa di un’imposizione economica più grande del valore stesso della società.

 

Insomma, si andrebbe verso la catastrofe…

Il payback provocherebbe un impatto negativo sui livelli occupazionali (circa 150.000 lavoratori rischierebbero il licenziamento). Inoltre l’inevitabile chiusura delle piccole e medie imprese, provocherebbe lo stop al rifornimento di stent, valvole cardiache e dispositivi salvavita agli ospedali penalizzando oltremodo i cittadini bisognosi di cure; per di più anche le multinazionali, inizialmente sopravvissute al fenomeno grazie alle generose possibilità finanziarie, non avrebbero più alcuna velleità di investire ed operare sul territorio italiano, pena il costante e ormai consapevole assoggettamento a perdite di esercizio.

 

Le PMI sono il vero motore dell’economia Italiana. Con l’obiettivo di assisterle continuamente e valorizzarne il ruolo sociale quindi oltre a bloccare agli oneri ingiustificati imposti dal payback è nata PMI Sanità, un’associazione di categoria fortemente rappresentativa.

Esattamente. Da anni il Sistema Sanitario Nazionale, uno dei più competitivi a livello europeo, garantisce servizi di elevata qualità grazie alla professionalità e ai continui investimenti effettuati in particolare dalle PMI del settore. Nel nostro Paese ci sono circa 2.500 PMI di produzione, 1.600 imprese di distribuzione e 380 di servizi, che complessivamente producono o distribuiscono dispositivi medici per un volume complessivo di oltre 10 miliardi di euro. Aziende che investono nei giovani e nella professionalità perché depositarie di un know how altamente specialistico che andrebbe tutelato e non vessato! Oltre l’80% dei contratti di fornitura con le pubbliche amministrazioni sono in capo a delle PMI e proprio da questa consapevolezza nasce il nostro impegno ad agire sulla programmazione e lo sviluppo di un sistema di procurement sostenibile e basato sul valore come ribadito di recente anche con il presidente della Società Italiana di HTA Giandomenico Nollo. Sino ad oggi però mancava un’Associazione che rappresentasse definisse le linee programmatiche di un’azione comune per le PMI del comparto e che sviluppasse un dialogo costruttivo con le Istituzioni. PMI Sanità è nata con l’ambizioso obiettivo di assistere costantemente le aziende associate e di garantirne l’operatività sul mercato, chiedendo a gran voce il varo di un meccanismo di controllo della spesa sanitaria decisamente più equo, l’innalzamento dei tetti di spesa per i dispositivi medici ai livelli europei e la valorizzazione del loro ruolo nel Sistema Salute Italia.

 

 

Per maggiori info (https://www.pmisanita.org   associazione@pmisanita.org)